Cambio Corsa
Prima in alto, freno a sinistra, testa sempre lì
Testo di Pier Francesco Verlato
Foto di Andrea Vailetti e Pier Francesco Verlato
Colonna sonora: Meganoidi - Zeta Reticoli (Youtube)
Martedì 20 gennaio 2026 ricevo la telefonata di un’azienda con cui collaboro da tempo.
«Pier, devi guidare una Ducati Sport 750 di inizio anni ’70. Lo shooting è il lunedì dopo il Motor Bike Expo.»
«Ok.»
«La devi trovare tu.»
Chiamo il mio meccanico. Mi passa un amico. L’amico mi passa un altro meccanico, che mi dà due numeri. Uno ha la moto smontata, l’altro è a Innsbruck.
Quello di Innsbruck non riesce a consegnarmela in tempi utili e non ha il furgone. Mi rimanda a un collezionista di Torino. Il collezionista mi passa Old Racing Parts di Reggio Emilia.
Alen di Old Racing Parts mi dà il numero di un suo cliente: Franco. La moto ce l’ha e ce la darebbe.
Franco abita sull’Appennino. L’indomani guido la Range del ’93 nel nevischio. Direzione: una Ducati Sport 750 del ‘72.
Siamo in tre: due ragazzi danesi dell’azienda e io. Al bar del paese beviamo un punch al mandarino. Poi Franco apre il garage.
Siamo nel posto giusto: diverse classiche Ducati. Sono una più bella dell’altra e possiamo anche scegliere.
Vogliamo la Sport 750 e basta. Livrea arancio-nera, serbatoio infinito, sellino da endurance, codone rotondo. La guardiamo. Ce ne innamoriamo.
«È un done deal, Franco.»
Lui mi fissa: «Italiano qui.»
Il garage è Ducati, Laverda, Guzzi, Alfa Romeo.
«Affare fatto.»
Sorride.
«Mon amis», aggiungo.
Lo sguardo torna truce.
Nei giorni successivi, tra decine di telefonate, corse nei padiglioni della fiera e danze contro la pioggia, Franco conferma: moto e trasporto fino a Verona.
Meglio così: evitiamo l’Appennino innevato.
La fiera scorre veloce: interviste, feste, abbracci. Custom, enduro, cafe per tutti i gusti.
Domenica sera ci diciamo che è andata bene ma non è finita: il giorno dopo è quello della Sport 750, delle luci da set, delle macchine da presa.
A cena arriva Franco. La Ducati è nel van, chiusa in un garage del centro. È una moto da collezione.


«Ciao, sono Franco.»
«Ciao, sono P…»
(non mi fa terminare)
«Se la stendi ti massacro.»
Prendo atto. Ho guidato di tutto, con e senza assicurazioni, con liberatorie firmate e controfirmate. Ma l’idea del massacro, anche solo evocata, non aiuta.
Poi aggiunge:
«Hai visto che il cambio è a destra e il freno a sinistra?»
«No.»
«Prima in alto, il resto in basso. Cambio corsa.»
Terrore puro. Il cambio a destra lo conosco. Il cambio corsa, no.
Mi ripeto che ho guidato di tutto. Non serve. A letto faccio come Niki Lauda prima di un gran premio: visualizzo partenze, curve, frenate con una moto che in prima fa settanta all’ora, dotata di freni che sembrano inesistenti e poi inchiodano e di comandi invertiti.
Se mi avessero detto che per accelerare avrei dovuto usare la mano sinistra, sarebbe stato meno traumatico.
Il giorno dopo la Ducati scende dal van nella Villa Arvedi. Franco la lucida, cambia le candele, collega la batteria.
Avvia il motore.
Il suono è quello giusto: una moto da corsa dei primi anni ’70. Le mie straniere ad aste e bilancieri sono un’altra storia.
«Le aste e bilancieri sono per i trattori. Questa ha le coppie coniche. Gli italiani sono i migliori. Le vostre tedesche fanno… E tenetevi pure inglesi e giapponesi.»
«Va… va bene Franco.»
Faccio un giro nel viale. Capisco che posso farcela.
Attraversiamo Grezzana, saliamo sulle colline con l’asfalto viscido, giriamo sulle Torricelle. Sole alto, freddo da giorni della Merla.
Va meglio del previsto. Sbaglio una sola volta: invece di scalare, salgo di marcia. Il freno a sinistra non mi tradisce.
Ma resto sempre concentrato. Nessuna distrazione. In emergenza, probabilmente, farei un disastro.
Quindi curve piano, niente frenate inutili, niente scalate in curva.
Funziona perché non cerco la velocità ma la qualità delle riprese.
Giriamo per nove ore. Alla fine, ricevo più pacche sulle spalle che alla mia festa di laurea.
Il cambio corsa non è più un segreto, neanche dalla parte sbagliata.
Ma mi tengo le mie aste e bilancieri.




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